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Agneta Stolpe

 

 

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Northern traditions

 

Questa  recensione è pubblicata per gentile concessione della rivista   

“Folk Bulletin: musica, danza, tradizione” (per ogni utilizzo di questi materiali contattarla preventivamente)

 

 

“Uno sguardo indietro per guardare avanti”,

chiaccherata sulla canzone tradizionale svedese con Agneta Stolpe

 

Siamo a Falun, nel Dalarna svedese. Piove. Nel festival spuntano mille ombrelli come per magia. La gente del posto è abituata. La pioggia viene e va come un venticello e gli ombrelli sono dappertutto. Arrivo puntuale all’appuntamento con Agneta Stolpe, una cantante svedese che tiene uno dei tanti corsi di canto per il pubblico festivaliero. Comincio a spiegare chi sono, cosa voglio chiederle. Ma il mio inglese stenta e il mio francese non serve a nulla. Fortuna vuole che una delle giovani allieve di Agneta, Marieke, abbia vissuto qualche anno in Italia e parli un italiano sufficiente per comprendersi. Ne approfitto subito. Per fare un’intervista, chiaramente.

Tra le prime domande chiedo a quale modello di cantante Agneta si ispira (Willemark, Rosemberg,...). Gelo. Marieke non la traduce. Mi guarda e mi bisbiglia gentilmente che ho di fronte una delle più importanti cantanti svedesi della tradizione e che la domanda è fuori luogo. Touché!

E in effetti, controllando sui miei appunti mi rendo conto che è probabilmente lei a poter essere un buon modello per molte cantanti di oggi.

Non ci credete? Ascoltate uno dei suoi dischi. Ad esempio “Anaros” pubblicato dalla Giga folkmusic qualche anno fa. E’ accompagnata da suoi amici. Amici del calibro di Per Gudmundsson, Ola Backström e Lars-Urban Heljede.

 

 

intervista a cura di Tiziano Menduto

traduzione di Marieke Wikesjo

 

 

Quale è la tua storia come cantante nel panorama della musica tradizionale svedese?

 

Sono stata portata al canto già da bambina nel mio paese che si trova nell’ovest del Dalarna dove vivevano e suonavano ancora vecchi musicisti.Tra questi c’era anche un mio zio che era uno spelman (suonatore di musica tradizionale, N.d.R.) e che mi insegnava canzoni che io cantavo con lui. Non ho seguito nessuna scuola di canto: il mio è stato un apprendimento assolutamente naturale.

 

 

Nel tuo paese la tradizione canora è rimasta inalterata nel tempo, è sempre stata vitale o è stata riscoperta dopo un periodo di abbandono?

 

Sicuramente il patrimonio di canzoni è rimasto inalterato; le canzoni, cioè, sono sempre esistite. Il problema è che nel recente passato sempre meno persone le cantavano. Fortunatamente qualcuna di queste ha saputo del mio interesse per questo mondo ed è venuta da me a insegnarmi, a farmi conoscere il suo repertorio. In certi casi questo è successo proprio per mantenere una tradizione che si stava perdendo: la gente veniva da me con le canzoni, visor, che aveva su vecchi libretti e mi chiedeva di cantarle. Da un lato ho portato avanti una tradizione che esisteva, dall’altro ho fatto ricerca con altri colleghi, con musicisti per portare allo scoperto ciò che stava per essere abbandonato.

 

 

In Italia spesso l’aspetto più conosciuto della tradizione vocale svedese è la tecnica del kulning (sorta di acuti richiami femminili usati un tempo nella pastorizia N.d.R.). Ma credo che ridurre a questa tecnica un’intera tradizione sia superficiale. Quanto è importante il kulning  nella tradizione?

 

Il kulning non è un modo di cantare, ma un modo di usare la voce durante il lavoro e si usa solamente in ambiti specifici, vicino a dei fäbodar (sorta di chalet, N.d.R.), in boschi e zone dove il bestiame è fatto pascolare. Io l’ho imparato lavorando in questi posti. E in realtà il kulning ha soltanto senso in queste situazioni di lavoro, dove ci sono i fäbodar ; ma i fäbodar non ci sono dappertutto in Svezia, per esempio nel Dalarna sono concentrati per lo più nel nord.

Eppure oggi questa tecnica, questo modo di usare la voce ha cambiato pelle, è diventato qualcosa che è utilizzato per la sua forza, per la sua potenza espressiva; per questo motivo molti oggi vogliono impararlo e lo utilizzano in altri ambiti. Io in Svezia credo di essere una delle persone che da più anni tiene corsi di kulning e incontro un sacco di gente che sicuramente non incontrerà o vedrà mai una mucca: certo, fuori dal pascolo assume tutto un altro senso... Tuttavia la gente vi si avvicina perchè è qualcosa di bello, perchè è qualcosa che si sente in tutto il corpo.

La cosa strana è che oggi ci sono più persone che conoscono ed eseguono il kulning che trent’anni fa. Prima era solo eseguito in poche zone e solo nel 1948 una persona lo utilizzò fuori dall’ambito lavorativo e lo portò su un palcoscenico. Quando questo successe, le persone che lavoravano nei boschi e nei fäbodar cominciarono a lamentarsi: come poteva una persona diventare famosa per una cosa che loro facevano tutti i giorni?

 

 

Dunque il kulning non ha nulla a che fare con quanto visto anche al Festival di Falun, dove era utilizzato anche come una sorta di richiamo tra donne e uomini (al grido della donna rispondeva la melodia, hornlåt, fatta da un uomo con un corno)...

 

No, in questi posti dove si pascolava il bestiame c’erano quasi solo donne... Caso mai poteva essere un modo di comunicare tra donne: il grido di ciascuna, il suo kulning, era differente da un altro, era, diciamo così, personale.

Forse poteva essere che qualche uomo riconoscesse e seguisse nel bosco particolari richiami per raggiungere una particolare donna... Ma queste sono solo fantasiose ipotesi. In realtà il kulning era qualcosa che serviva anche a dare sicurezza alla donna: le altre donne, oltre agli animali che con le grida erano richiamati, lo sentivano e se c’era qualche problema era possibile chiamare aiuto. In questo caso ognuno avrebbe capito chi era in pericolo e dove.

 

 

Quale è stata la funzione degli skillingtryck (libretti, diffusi in Svezia dal 1583 al 1910, con poche pagine contenenti testi di canzoni, N.d.R. ) e come mai questa forma di diffusione del canto popolare e religioso è rimasta in vita nel mondo nordico per così tanti secoli?

 

Gli skillingtryck sono stati uno strumento per la diffusione delle canzoni e dei salmi religiosi che è durato notevolmente specialmente per la sua economicità. La gente era povera e non poteva permettersi di comprare libri: gli skillingtryck erano alla portata di tutti ed erano diffusi anche da venditori ambulanti che giravano per le case.

 

 

Che rapporto c’è tra le canzoni che hai imparato nel passato e alcune ballate più antiche?

 

E’ difficile rispondere. Le ballate più antiche spesso arrivano dal Medioevo. Sono ballate che non sono diffuse solo in Svezia ma in buona parte dell’Europa con variazioni legate ai diversi paesi. Poi ci sono i visor, sorta di canzoni profane che erano apprese oralmente. Le persone se le tramandavano una con l’altra: ognuno le aveva imparate da qualcun’altro; ma così è impossibile darne una datazione qualsiasi. Spesso poi nel passaggio da una persona all’altra queste canzoni cambiavano sensibilmente nel testo o nella musica. Forse solo parlando della tradizione della Vallmusik, cioè dei locklåtar (melodie di richiamo) e della tecnica del kulning, si può affermare con certezza che questa tradizione sia particolarmente antica. Sono stati ritrovati strumenti che risalgono al 900 d.C. e che hanno gli stessi fori e le stesse possibilità melodiche dei corni usati oggi nel revival in accompagnamento al kulning.

 

 

Che rapporto c’è stato tra la tradizione delle canzoni profane e quella dei salmi religiosi?

 

Non si può dire che ci sia una divisione netta. Nella tradizione si è sempre cantato tutto. Spesso, anzi, chi cantava proponeva sia salmi che canzoni combinandoli tra loro. Dal 1800 circa questo, a causa delle nuove tendenze religiose che si andavano manifestando in Svezia, non fu più possibile. Solo da questo punto si può parlare di una effettiva divisione.

Una donna pochi anni fa è stata avvicinata da una mia amica che voleva conoscere il suo patrimonio di canzoni tradizionali. Quando questa mia amica le aveva chiesto di cantare qualche visor, lei aveva risposto che non li conosceva. Allora la mia amica, che non si era persa d’animo, le propose di cantare qualche song, qualche canzone religiosa. La donna cominciò a cantare e dalla sua bocca uscirono molte canzoni, alcune religiose, altre certamente profane, addirittura con parole un po’ imbarazzanti.

 

 

Cosa ne pensi del revival odierno delle canzoni e ballate tradizionali in Svezia? Che ne pensi delle voci di oggi?

 

E’ normale che nel tempo le cose cambino, che le tradizioni, le musiche, le canzoni siano rivivificate. Quando una canzone è morta non ha più nessuna funzione. I miei maestri, nati intorno al 1900, erano a loro volta considerati degli innovatori nel loro cantare canzoni per il ballo. Anche mio padre, che suonava il violino, era visto come troppo moderno rispetto alla situazione musicale nel passato. C’è sempre un cambiamento.

Negli anni ’70 cantavo in un gruppo musicale che potrebbe essere assimilato, a livello di modernità rispetto alla situazione ambientale, ai Garmarna di oggi. Non c’è contraddizione tra lo stare nella tradizione ed il cercare qualcosa di nuovo, perchè con uno sguardo indietro a volte si può vedere molto più in avanti.

 

 

Quanto è importante in Svezia il canto a ballo? Ed in modo particolare quanto è praticato il trallning (accompagnamento vocale per il ballo senza parole, N.d.R.)

 

Io amo particolarmente il trallning ed è attraverso questa tecnica canora, utilizzata per la danza, che ho cominciato a cantare nel passato. Alla fine degli anni ’70 facevo parte di un gruppo, in cui era presente anche Per Gudmundsson. All’epoca avevamo pubblicato un disco dove tutti cantavano e dove si trovavano diversi esempi di trallning.

Il trallning non era molto comune, ma c’erano nella tradizione persone, normalmente uomini, che erano specializzate in questa tecnica ed erano brave e competenti in tutto quello che riguardava la danza e la musica da danza.

Nella tradizione era presente anche una forma particolare di canto a ballo in cui un ballerino cantava e un altro o tutti i ballerini in coro rispondevano al canto del primo. Tutto questo avveniva mentre si danzava.

Ci sono delle forme di canto, anche nel canto di lavoro, in cui un secondo cantante inizia a cantare sulla conclusione del primo (in questo senso simili per alcuni aspetti al fenomeno del Kan ha Diskan bretone, N.d.R.).

 

 

In questa forma di canto esisteva anche una forma di improvvisazione? C’era sempre un testo dato o a volte cambiava a seconda di quello che voleva dire il cantante?

 

Sicuramente questo era presente in alcuni tipi di canzoni di lavoro, ad esempio nella vallmusik, o in canzoni per bambini come le ninne nanne. Si doveva cantare fino a che il bambino dormiva o la mucca tornava a casa, improvvisando continuamente. I testi che sono stati raccolti di ninne nanne sono tantissimi. In molti casi molte canzoni che venivano cantate erano delle descrizioni del lavoro svolto, della situazione del mare o del bosco in cui si lavorava e questa descrizione variava di giorno in giorno.

Alcune persone mi hanno portato dei testi scritti a mano corredati di cilindri che contenevano vecchie melodie. Sul testo era indicato il cilindro da ascoltare e da usare come linea melodica e si capiva che il testo era assolutamente individuale. In questo genere di canzoni di lavoro c’era anche un grande interscambio tra uomini e donne. Le donne generalmente venivano sul luogo di lavoro degli uomini per portare da mangiare o per cucinare e entrambi ascoltavano le canzoni che l’altro aveva imparato. I testi che ho hanno sempre indicata la persona che li ha cantati o fatti conoscere per la prima volta. Spesso quest’interscambio avveniva anche tra regioni diverse.

 

 

 

So che oltre a cantare e a rappresentare molto per la cultura vocale tradizionale svedese (Agneta dirige anche una sorta di “scuola culturale”, N.d.R.), tieni anche dei corsi con molti allievi in tutta la Svezia. Qual è l’aspetto più importante, più caratterizzante del tuo insegnamento?

 

 

Per me è importante dare, comunicare la musica e la canzone come un modo molto individuale di esprimersi. Io sono cresciuta in una cultura in cui si mescolava tutto, non esisteva una musica giusta o sbagliata e non c’era un modo giusto o sbagliato di cantare. Il canto era ed è una forma di comunicazione individuale. Questo è quello che io cerco di comunicare ai miei allievi o a chi mi ascolta cantare.

Come persona che ha fatto tantissimi corsi di canto, ho la responsabilità di cercare di dare la possibilità a ciascun cantante di trovare la sua propria via. Non voglio assolutamente diventare un archivio di vecchie canzoni, voglio che le canzoni riemergano a loro modo, che la musica vada avanti.

In Svezia le cose sono molto cambiate negli ultimi anni. Nelle scuole si trovano ancora insegnanti che, nell’ambito della tradizione, si rifanno a stili rigidi e impediscono la nascita, l’evoluzione di stili nuovi. Ma sono sempre di meno. In Svezia non c’è il timore per l’autorità che c’è in altri paesi, la gente trova sempre una propria via.