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Northern traditions

Questa  recensione è pubblicata per gentile concessione della rivista   

“Folk Bulletin: musica, danza, tradizione” (per ogni utilizzo di questi materiali contattarla preventivamente)

 

FALUN FOLKMUSIC FESTIVAL 2001

 

Falun. Intorno al piccolo cuore in cemento della cittadina - un cuore in cemento con vie commerciali, larghe piazze e alte chiese  - miriadi di casupole in legno color rame scuro ci ricordano che siamo nel cuore della Svezia. Un cuore pulsante ricco di miniere di rame (da cui proveniva un tempo il colore delle case) che si chiama Dalarna; falso centro di una nazione che chiama Nord (Nordland) quasi due terzi del suo territorio. Chiunque abbia provato, con i piedi o con uno strumento musicale, i ritmi di una polska ha sicuramente incontrato nomi di paesi sconosciuti accomunati da una terra dai grandi paesaggi. Mora, Orsa, Bingsjö, Rättvik, Sollerön, Alvdalen,... Tutti luoghi del Dalarna che hanno riempito la Svezia di melodie e danze.

Falun è lì. Sicuramente non in prima linea nella testimonianza del passato. Falun non è centro dei grandi vecchi della tradizione musicale, nè capolinea di un qualche stile di ballo. Falun è un luogo che, senza nulla togliere ad altri festival della zona (Bingsjö e Rättvik innanzitutto), ha saputo divenire luogo d’osservazione privilegiato dei fenomeni legati sia al revival della tradizione svedese che a quello più esotico della world music.

Nato nel 1986, il Falun Folkmusic Festival è un festival che, attraverso il successo di esperienze di autofinanziamento (come si capirà meglio in una futura intervista) e di “compromessi” artistico-musicali in grado di presentare e mescolare musica svedese, musica scoto-irlandese e musica world con qualche pizzico di est e sud europa, negli anni ha aumentato il suo peso e la sua popolarità.

Confronti con altri festival europei?

Più piccolo del Festival di St.Chartier, ma altrettanto ricco di eventi,  il FFF (Falun Folkmusic Festival) manca di un adeguato spazio espositivo (due soli stand) sia di palchi per l’esibizione estemporanea di gruppi musicali non ufficiali o per improvvisate Jam Session. Tuttavia qui in Dalarna questa assenza è compensata da “Ethno”, una manifestazione-incontro tra giovani (ma anche attempati) musicisti di musica tradizionale per “studiare” e suonare assieme nei giorni precedenti il festival vero e proprio.

L’aspetto dello studio, dell’approfondimento è una delle più valide caratteristiche di Falun.

Il FFF si accompagna a una miriade di laboratori che comprende vari corsi di strumento, di danza e di stili vocali (e molte persone arrivano a Falun proprio per perfezionare le proprie conoscenze).

I concerti sono presentati in due diversi spazi: uno spazio al centro del paese con i palchi più grandi ed uno spazio nel Museo del Dalarna dedicato, per lo più, alle esibizioni di musicisti svedesi.

Impossibile seguire tutto. Per fortuna mi accompagnava in questo viaggio Filippo Gambetta.

Ha coperto con il suo sguardo buona parte dei concerti che si tenevano nei palchi principali e ha seguito da vicino la manifestazione “Ethno” di cui ho accennato poco sopra. Ve ne parlerà in un prossimo intervento.

Per quanto mi riguarda ho dato la precedenza alla musica svedese più tradizionale e, dunque, ai concerti nei locali del Museo. Ho perso la Bottine Souriante, gli Oskorri, i Capercaillie, gli svedesi Garmarna e, purtroppo, il concerto di Riccardo Tesi con la Banditaliana.

In teoria mi sarei potuto perdere anche Ale Möller con il suo gruppo. Non suonava al Museo ma tutte le sere in uno dei palchi principali. Invece ero presente: colmo di aspettative prima (Ale Möller, ottimo strumentista e arrangiatore, è conosciuto in Italia specialmente per i suoi progetti musicali condivisi con Lena Willemark e Per Gudmundsson) e di delusione dopo.

Delusione stemperata dal suo difficile compito: radunare, insieme al jazzista Jonas Knutsson i mille idiomi di questo festival, da quelli anglofoni a quelli indiani e africani. Ma ne parlerà Filippo.

 

Andiamo avanti. Percorriamo i vari gatan (vie) e, girando con una cartina in mano, infiliamoci in Stigaregatan ed entriamo nei locali del Museo.

 

Parliamo subito di qualche commistione musicale. Interessante il concerto/progetto della violinista Ellika Frisell, una degli artefici del folk-revival svedese. Suonava in duo con un musicista senegalese, Solo Cissokho, cantante griot e suonatore di kora. Questa fusione nasceva da un lavoro profondo, da un’attenzione più alla musica che ai desideri del pubblico..

Bellissimo il concerto di Pelle Björnlert (grande violinista dello Småland) e del più giovane nyckelharpista Johann Hedin, conosciuto in Italia come componente dei gruppi Tryptik e Bazar Blå. Un concerto che è stato anche un vero e proprio viaggio alla scoperta delle tradizioni della Svezia meridionale.

Grande emozione anche per il concerto del duo violinistico Ola Bäckström & Per Gudmundsson (più conosciuto in Italia per la sua riscoperta della sackpipe, cornamusa svedese). Grandissimo affiatamento, ottime melodie.

Da ricordare anche il concerto del duo Lisa Rydberg (violino) e di Gunnar Idenstam (harmonium). Ottima interpretazione delle bellissime e struggenti melodie che in Svezia tradizionalmente accompagnano i matrimoni.

Non si può poi non menzionare la presenza di due delle pietre miliari del violino svedese, Pers Hans Olsson e Björn Ståbi, in duo o in compagnia di gruppi di spelmän.

 

Basta non racconto altro.

Altro avrei nel mio taccuino. Ma non importa. Da questo festival esco con un materiale di interviste e recensioni da ricoprire più di un numero di FB. Tutto a suo tempo.

 

Tiziano Menduto