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Per Moberg

 

 

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Northern traditions

 

Questa  intervista è pubblicata per gentile concessione della rivista   

“Folk Bulletin: musica, danza, tradizione”.

 

Eyfo: un incontro felice tra culture

Intervista a Per Moberg

 

Abbiamo già presentato qualche numero fa il progetto relativo alla Eyfo (European Youth Folk Orchestra), la prima orchestra giovanile europea di musica tradizionale nata con il supporto di un organismo sovranazionale che riunisce i principali festival del Vecchio Continente.

Chi ha buona memoria si ricorderà della mia stupita meraviglia. Il progetto aveva saputo evitare, come nella maggior parte dei casi non succede, la proposizione di minestroni culturali mal assortiti. Musicisti dall'Irlanda, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Norvegia, dalla Svezia, dall'Italia che sapevano integrarsi tra di loro e tessere, pur con fili di colori diversi, armonie originali.

Merito certo della maestria ed entusiasmo dei giovani musicisti, ma anche degli arrangiamenti e della direzione che era nelle mani di Per Moberg, un musicista svedese capace di portare sulla sua virtuale bacchetta tutta la ricchezza e apertura del revival nordico.

Visto il risultato, questa intervista a Per Moberg non poteva mancare. In questo mondo dove lincontro delle culture è giustamente una strada obbligata è bene riportare lesperienza, le emozioni e le idee di chi questa strada lha percorsa con professionalità e rispetto.

Intervista a cura di Tiziano Menduto                                                                                Traduzione dallo svedese di Elena Straudi

 

Qual è la sua opinione sul progetto di un orchestra giovanile europea di musica tradizionale? Quali crede siano le differenze e le somiglianze tra le culture che l’orchestra ha espresso?

 

 Credo che sia stato un progetto molto interessante, sia dal punto di vista artistico che culturale; sono stato onorato dal fatto che sia stato proposto a me. Trovo sia davvero molto bello lavorare con gli arrangiamenti e le composizioni. Poter arrangiare per un gruppo così prestigioso di musicisti è stata una grande sfida. L’idea, che è geniale in se stessa, mette in luce sia le differenze sia le somiglianze tra le diverse tradizioni musicali.

 

Quali sono state le difficoltà e i punti più importanti del lavoro di arrangiatore prima e di direttore dopo?

 

Le difficoltà sono state specialmente due.  Da un lato c’erano strumenti, per esempio la ghironda e il piffero, per i quali non era del tutto definito il modo di scrivere musica. Dall’altro era importante non ritoccare troppo gli arrangiamenti, ma conservare la spontaneità che caratterizza la sensibilità musicale della musica tradizionale. Essere direttore di un’orchestra non è stata in realtà una sfida tecnica, infatti io non dirigevo direttamente, quanto una sfida sociale; fare in modo che undici persone provenienti da nove diverse nazioni funzionassero bene insieme dal punto di vista sociale.

 

Quali crede siano le differenze e le somiglianze tra le culture che l’orchestra ha espresso?

 

Naturalmente ci sono differenze tra le tecniche di esecuzione musicale nelle varie tradizioni, ma avvicinandoci alla musica attraverso l’”orecchio”, abbiamo trovato un terreno comune; ciò ci ha reso facile il fatto di fonderci in un senso musicale comune. Ed inoltre, nonostante tutto, vi sono certamente molti aspetti comuni nell’ambito della musica tradizionale europea, soprattutto nelle tipologie musicali un po’ più recenti quali la polca e lo scottish, ecc.

 

Come le è parsa questa esperienza? Cosa le ha lasciato?


Siccome questo è il più grande progetto artistico che ho condotto fino ad ora, è stata per me una grande conferma. Non avevo compreso appieno che grande lavoro fosse quando vi ho aderito. In qualche momento è stato incredibilmente impegnativo e ha richiesto molto a me stesso, ma la gratificazione, quando abbiamo eseguito bene il materiale e tutto ha funzionato veramente al meglio, è stata grande. E in più ho altri dieci nuovi amici musicisti in diverse parti d’Europa.

 

E’ un progetto che proseguirà nel futuro? Sempre sotto la sua direzione?

 

Se il progetto diventerà stabile nel futuro o resterà estemporaneo non è ancora stato deciso.

Certo è che, in ogni caso, il gruppo sarà in tournée in Europa nel 2002. Se poi ci sarà una nuova edizione nel 2003 e se io, in tal caso, sarò ancora coinvolto è ancora troppo presto per poterlo dire.

 

Come le è sembrato il livello dei musicisti scelti dalla European Network of  Tradition and Dance?

 

Ogni Paese ha giustamente voluto far veder il meglio che aveva da offrire, quindi sono stati musicisti davvero fantastici con cui suonare insieme.

 

E’ evidente che questa orchestra aveva una spina dorsale nordica (su undici musicisti ben 4 dei paesi nordici...): secondo lei è un caso o una scelta ben precisa?

 

Tutti i Paesi che hanno collaborato hanno avuto le stesse opportunità di inviare musicisti che suonassero nell’orchestra. Se c’è un numero maggiore di musicisti del Nord dipende dal fatto che le organizzazioni di musica tradizionale dei Paesi nordici sono ben organizzate e hanno più denaro da investire.

Probabilmente il fatto che la responsabilità artistica sia stata affidata a me ha contribuito a dare un certo impulso alle sonorità del Nord.

 

Cosa secondo lei nell’orchestra, come strumenti e culture, può essere mancato?

 

Non posso affermare di aver avuto la sensazione che mancasse qualcosa all’orchestra.

La storia degli insiemi strumentali nell’ambito della musica tradizionale è relativamente breve: quasi tutte le combinazioni sono possibili. Quindi io ho realizzato gli arrangiamenti a partire da ciò che avevo a disposizione e ho vissuto questo fatto non come una limitazione, ma piuttosto come una sfida.

 

Come descriverebbe il panorama del revival della musica tradizionale in Svezia?

 

La cosa interessante nel panorama della musica svedese tradizionale oggi è che ha un’incredibile apertura. Dalle esecuzioni più tradizionali, quali quelle dei dischi dell’etichetta discografica Giga, fino a forme di contaminazione molto sperimentali quali Hoven Droven o per esempio Fareld, con cui io suono (http://welcome.to/fareld). E’ importante che questo genere è riuscito ad attirare in proporzione molti giovani.

 

Quale è la sua storia personale musicale?

Come la maggior parte dei bambini svedesi portati per la musica, ho iniziato con il flauto dolce alla scuola comunale di musica per poi passare al pianoforte. Ma ascoltavo musica rock. Non mi sono mai legato in maniera definitiva al pianoforte. Alla scuola superiore misi insieme un gruppo rock e quando il nostro cantante fu mandato via perché riusciva a cantare in una sola tonalità, presi io il suo posto. Per caso sentii un giorno alla radio gli Hedningarna e mi piacquero moltissimo. Questo mi portò a fare un concerto con il gruppo di musica folk-funk Den Fule e fu cosa fatta. Ispirato dal loro sassofonista Sten Källman, nel 1995 mi comprai un sax baritono e da allora il sassofono è diventato il mio strumento principale. In quegli anni fondai un gruppo di musica tradizionale che ancora esiste, i Fareld. A poco a poco entrai anche ai corsi di musica tradizionale del liceo musicale di Malmö. Al liceo musicale cominciavo ad interessarmi di arrangiamento e composizione che da allora sono diventati una parte importante del mio lavoro musicale. Al momento suono con diversi gruppi. Tra questi il più conosciuto è il gruppo di musica klezmer Tummel. Altre informazioni su di me e i miei gruppi si possono trovare su http://www.geocities.com/parmoberg.