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Talam

 

 

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Northern traditions

 

Questo articolo è pubblicato per gentile concessione della rivista   

“Folk Bulletin: musica, danza, tradizione” (per ogni utilizzo di questi materiali contattarla preventivamente)

 

 

Talam, viaggio nella geografia dei suoni

intervista al regista Roberto-Minini Meròt

 

 

Ho conosciuto il progetto Talam guardando un film/documentario dedicato al Nord,un film che raccontava la musica e la cultura dei popoli nordici europei (il popolo Sami, Svezia, Finlandia, Norvegia,…). Non ci potevo credere… Qualcuno aveva la voglia di testimoniare la straordinaria ricchezza culturale di questi paesi, magari usando la potenza espressiva delle immagini e facendosi condurre dall’esperienza sul campo di musicisti e ricercatori. Non solo. Qualcuno aveva anche i soldi per finanziare un tale progetto, qualcuno tanto lungimirante da pensare che un viaggio alle radici dei suoni sarebbe stato capace prima o poi di far risuonare in noi corde misteriose e echi di magie perdute. Questa lungimiranza non poteva che appartenere alla Televisione Svizzera Italiana che in più di un occasione ha dato la polvere alla supposta intraprendenza culturale italiana. Successivamente ho scoperto che Talam era molto di più, un viaggio di cui il Nord Europa era solo una tappa: sei film (Nord Europa, Vietnam, Sardegna, Bulgaria, Marocco e Sudafrica) a intrecciare piano piano nodi e incontri che parlavano tutti di una stessa cosa.

E’ questo il tema dell’incontro con il regista, Roberto-Minini Meròt. Un incontro che ho cercato di portare invano sulle orme innevate scandinave ma ogni dettaglio diventava paradigma di qualcosa d’altro e il viaggio è iniziato…

 

intervista a cura di Tiziano Menduto

 

 

 

Intanto come è nato il progetto Talam e il video sul Nord?

 

Quello di Talam è un percorso abbastanza lungo, nasce all’interno di un percorso musicale complesso e composito che va essenzialmente alla ricerca del significato della musica; un significato legato all’uomo e alla terra ed una musica come linguaggio ad amplissimo spettro, una musica che parte addirittura dal suono delle parole, dalla prima forma di musicalità, dal modo di parlare di un popolo. Facendo queste considerazioni abbiamo pensato di cercare da dove venissero questi suoni cercando di andare il più possibile indietro nel tempo. Il viaggio di Talam è proprio questo, una sorta di “geografia dei suoni”, che è poi il sottotitolo del progetto. La cosa che ci interessa di più è proprio capire come suona un posto, come suona un luogo. Moltissimi suoni hanno una strettissima connessione con l’ambiente naturale.

Il filmato sulla scandinavia che hai visto è una tappa di un percorso molto lungo, un percorso teoricamente infinito.

 

La parola Talam immagino poi abbia un significato…

 

Talam è una parola indiana e significa una particolare scansione ritmico-musicale. La parola suonava bene e l’abbiamo scelta a rappresentare il progetto, anche se non abbiamo ancora in progetto di occuparci del mondo indiano.

 

Il progetto nasce da te o dalla Televisione Svizzera?

Questo progetto nasce dal mio Dna, dal mio desiderio di conoscere la musica come linguaggio. E’ un progetto che per il momento ha visto realizzata una prima serie di video che  hanno come tema il Marocco, la Sardegna (che ritengo come cuore del mediterraneo una tappa molto significativa), la Bulgaria, il Sudafrica, il Vietnam e appunto il nord scandinavo.

 

La tua intervista è ospitata su una rubrica che da diverso tempo si occupa di raccontare la cultura scandinava. Veniamo dunque a questo capitolo del tuo progetto… Che emozioni ti ha lasciato il Nord?

 

Un’emozione composita perché qui ho trovato tre o quattro mondi diversi. Questo spazio geografico, tutto sommato contenuto, appare un po’ come un continente a sé con tante realtà culturali e storiche molto diverse ma che si interlacciano profondamente tra di loro. Legando per esempio mondi diversi come quello finlandese e svedese… Questa sorta di continente si può definire come il più lontano dei mondi vicini o il più vicino dei mondi lontani…

 

Tu parli di un mondo vicino e al contempo lontano. Ma quali sono gli elementi di alterità che hai incontrato nel tuo viaggio…

 

Beh, il nostro orecchio musicale è normalmente abituato ad un certo tipo di musicalità, di ritmo, di interpretazione… A volte anche le canzonette hanno al loro interno degli echi che arrivano da mondi diversi, echi che i musicisti odierni spesso sono riusciti a utilizzare in modo molto interessante. La gente percepisce queste cose senza però sapere da dove arrivano e allo mi sono detto che sarebbe stato bello far capire la loro origine. Ora queste cose sono un po’ nell’aria. L’Ethnomusic, la World Music ha aperto le orecchie e la mente anche dell’audience meno attenta, tutto sommato. Già l’uso del sitar con George Harrison in qualche modo cominciava a portare su questa strada.

 

Ma stai parlando di qualcosa a cui comunque noi siamo forse un po’ più abituati, la musica indiana, magari quella irlandese. Diverso è parlare della musica del freddo nord, della Scandinavia. Qual è l’eco che hai incontrato? Qual è lo stile, il timbro, lo strumento che potrebbe entrare domani nella nostra musica?

 

Sono arrivato al Nord attraverso due percorsi diversi e paralleli. Uno è un po’ la conseguenza di quanto dicevo prima: cercare della musica che è all’interno di un pentagramma ma non si vede. E in qualche melodia si trovano reminiscenze anche delle melodie nordiche.

L’altra strada ha a che fare con il video girato sulla musica del Sudafrica. Là ho incontrato una sorta di coordinatore musicale che era nato in Svezia, un poliglotta che amava viaggiare. Ed è proprio lui che mi ha fatto capire che non solo il Sud del mondo aveva musiche da raccontare… Che anche il Nord poteva sorprenderci. Bene, gli ho detto, fammi sentire qualcosa. E così il mio secondo viaggio è partito. Quando ho sentito un joik , un canto lappone e altre sonorità di quella zona ho capito che aveva ragione.

Sapevo pochissimo di questo mondo.

 

Ogni viaggio ha un coordinatore musicale specifico?

 

Ogni viaggio ha un musicologo, un esperto dei mondi che vado a conoscere ed uno o più organizzatori in grado di mettere assieme un programma musicale…

 

E nel caso del video dedicato al nord?

 

Beh, intanto tutto è partito da questo coordinatore svedese in Sudafrica, dopodichè ho avuto da lui diversi nomi a cui appoggiarmi nei paesi nordici a seconda delle aree geografiche.

 

Riguardo alla musica lappone, che prende un grande spazio nel tuo video, quali sono le tue impressioni relative ai rapporti e ai contatti con la vicina, ma “altra”, musica scandinava?

 

Ho verificato, intanto, che finalmente questo mondo ha voglia di aprirsi. Da alcuni anni i lapponi hanno iniziato a mescolare il loro canto con sonorità altre, ad esempio con strumenti di tradizioni diverse, come il didgeridoo australiano. Anche loro hanno il desiderio di sperimentare e di unirsi ad altre scansioni musicali.

 

Quale è stato nei vostri video il rapporto tra la ricerca delle fonti sonore, tra i cosiddetti testimoni della tradizione, e coloro che da questa tradizione hanno costruito un nuovo revival avvicinandosi ad essa con sonorità e attenzioni attuali?

 

Questa è un’altra chiave importante di lettura di Talam: il recupero della tradizione e il cosiddetto “bridge” tra la tradizione e la modernità. E’ importante trovare il musicista che recupera e riproduce fedelmente una musica antica, ma altrettanto importante è trovare il musicista che recupera la musica ma la filtra con le sue esperienze e ne fa una cosa completamente nuova, reinventata. A volte la tradizione può ben sposarsi con i ritmi moderni.

 

E questi ponti nel mondo nordico non sono mancati sia per l’intervento dello Stato che per abitudine culturale…

 

Effettivamente anche io ho notato come nel Nord ci sia una cultura che permetta a molte generazioni di avvicinarsi alla tradizione… Come dicevi tu c’è da quelle parti esiste anche una grande disponibilità istituzionale verso progetti ispirati al recupero della loro cultura.

 

Di quanto hai filmato là, cosa ti è rimasto più in testa? Cosa ti è piaciuto, al tuo gusto musicale, di più?

 

E’ una domanda imbarazzante. Faccio fatica a dire che, laddove ci sia qualità, mi piaccia qualcosa più di qualcos’altro. Dove c’è qualità c’è una sorta di verità. Entrando nel mio gusto personale potrei dire che mi ha molto emozionato sentire i joik lapponi o i Frifot in Svezia quando mettono insieme il violino con uno strumento arcaico come il corno. Anche ascoltare i JPP finlandesi è stato molto coinvolgente. Forse sono più scolastici, ma sono così bravi che riescono a trasmetterti molte cose. E in particolare loro sono tra i gruppi che più cercano di creare legami, ponti tra le diverse culture del Nord, magari suonando con musicisti svedesi o norvegesi. Cercano insomma di creare una sorta di identità nordica.

E’ credo che in questa costruzione di ponti, filmati come quelli di Talam sono molto importanti.

 

Immagino che il materiale girato è stato molto di più di quello che abbiamo visto…

Sì, sicuramente. Purtroppo per l’uso a cui il filmato è destinato dovevamo stare all’interno di un certo tempo. Ci saremmo potuti occupare di molte cose in più, ma non c’era tempo.

 

Torniamo al progetto. Da dove arriva il tuo interesse per il mondo della musica? Cosa significa per te Talam?

 

Beh, io ero un appassionato di musica… Ed è stato normale per me arrivare ad un punto di connubio tra immagini e suoni, insomma a raccontare la musica attraverso il cinema. Per me in questo senso Talam è un progetto importantissimo, un progetto di cui sono strafelice, un punto di arrivo ma anche un punto di partenza sperando che i sei episodi  girati siano solo un punto di inizio. La mia è stata anche una scelta economicamente difficile, che mi è costata molto, ma amo troppo questo mestiere, amo troppo il cinema e la musica per non cercare di camparci finchè posso evitando altre cose.

 

In questi anni c’è stato un avvicinamento della cinematografia al mondo della musica attraverso grandi produzioni…

 

Per esempio Scorsese e Wenders che dopo il grande successo di Buena Vista Social Club hanno provato a occuparsi di blues. Direi che sono tutte pregevoli iniziative, che però non hanno raccolto il consenso sperato. In Buena Vista Social Club c’era anche la storia di questi anziani …

 

Come definire il tuo Talam? Un film? Un documentario?

 

A me piace definirlo un film, anche se non ha la dimensione del lungometraggio. Anche se due film insieme (ciascuno dura all’incirca 50 minuti, ndr) possono raggiungere quella dimensione. Se tutto va bene e riusciremo a proseguire nella serie, allora si potranno fare degli abbinamenti ragionati o completamente contrapposti, ad esempio il nord e il sud dell’Africa.

 

Cosa vorresti dire ancora di Talam?

 

Più che ribadire che mi pare che oggi il mondo della musica tradizionale rischi un po’ di confinarsi in un enclave implodente e in questo caso la contaminazione, di cui questo mondo ha spesso paura, è molto importante. Soprattutto quel tipo di contaminazione che rispetta e reinventa la tradizione. Questo per sottolineare il significato di Talam: andare a ritroso nel tempo a riscoprire le origini dei suoni trovando poi quel ponte che permette a questi suoni antichi di divenire attuali evitando, in questo modo, di relegarli a dei pezzi di museo. La musica per definizione vive e fa vivere e la musica tradizionale deve vivere ma per farlo deve confrontarsi con il mondo di oggi.